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Agricoltura terzese
Dall’alto della torre di Terzo è facile descrivere la
nostra agricoltura.
Una lingua di pianura alluvionale si srotola lungo il corso del fiume Bormida,
con le sue coltivazioni tipicamente volte all’allevamento del bestiame
e alla nutrizione dell’uomo. Si distinguono, chiaramente, il verde dei
prati di leguminose foraggiere e il giallo del frumento maturo con qualche
spruzzo di verde più intenso del mais o dei girasoli.
Ma è la collina che rappresenta il 90% del territorio terzese: una
collina aspra e ripida che l’uomo si ostina a coltivare nonostante i
miraggi di lavori meno faticosi e più redditizi in altri campi.
Regina incontrastata in questo ambiente è la vigna con i suoi diversi
colori mutanti al passaggio delle stagioni e al variare dei vitigni.
Terzo è terra di grandi uve che vinificate danno grandi vini sia bianchi
che rossi sia dolci e spumeggianti che asciutti ed austeri con l’invecchiamento.
Sin dall’epoca romana si coltivava la vite sui pendii meglio esposti
e più soleggiati. Più tardi il nostro “moscadello”
(come veniva chiamato allora) allietava le mense dei Papi a Roma mentre oggi
le nostre barbere riscuotono successi in campo internazionale.
I terreni, magri e poveri di sostanza organica ma ricchi di calcare, sono
molto vocati alla produzione di vini strutturati e ricchi di aromi e profumi.
Di questa qualità se ne giovano i moscati bianchi e i brachetti rossi,
vini da dessert o da ritrovo conviviale per tutte le occasioni di consumo,
sia con i dolci sia con abbinamenti più stravaganti a base di gorgonzola.
Nel passato più recente era il dolcetto che regnava incontrastato sul
nostro territorio. Antichi scritti di frati amanuensi lo descrivono come vitigno
autoctono originario dell’Acquese. Oggi sta subendo la concorrenza dei
vitigni aromatici più remunerativi e produttivi. Il suo declino è
dovuto altresì alla fine dei commerci di uva con i privati della vicina
Liguria, che ne apprezzavano molto le sue qualità.
I problemi burocratici per il trasporto di queste piccole partite di prodotto
e l’avvento delle cantine sociali, che privilegiavano la quantità,
ne hanno favorito il ridimensionamento ed oggi rappresenta a Terzo non più
del 10% dell’uva prodotta.