Mi hanno dato dell’incosciente e del padre snaturato,
stasera. Quantunque abbia l’intenzione di lasciare andare Marco, da
solo, nel nostro appartamento ai Lidi, non credo di essere una persona superficiale,
né un irresponsabile. Eppure cercano di dissuadermi.
Vorrebbe essere il mio regalo per il traguardo dei suoi trenta anni, il
mio modo di ringraziarlo per il fatto che è con me. E’ un uomo,
ormai. Migliore di tanti altri. E merita fiducia.
La sua nascita, il suo crescere nei parametrati percentili, i progressi
ed i suoi compleanni hanno scandito lo sviluppo della zona in cui abbiamo
comprato quel villino immerso nel verde della pineta. Io e sua madre ci
siamo incontrati durante una vacanza proprio ai Lidi, ci siamo conosciuti
in quella pineta durante le successive parentesi estive e abbiamo approfittato
dell’occasione di acquistare lo stabile da ristrutturare. Sprofondato
nel silenzio della campagna, quell’angolo di paradiso non aveva recinzioni
e scendeva, oltre le dune pelate e ondulate, verso il mare.
Che amarezza vedere ora quegli appartamenti inscatolati in enormi edifici
per la costruzione dei quali continuano a spianare dune e a piantare cartelli
di divieto di transito, pure ai pedoni, in aree alberate che rimarranno
tali ancora per poco!
A pochi mesi nostro figlio respirava aria salmastra e vagiva ai gabbiani.
I pini marittimi più bassi si sono alzati con lui imponendo la loro
naturale bellezza. E Marco con loro. Sempre più dimostrava di essere
un bambino meraviglioso, a noi orgogliosi d’esserne i genitori, e
di crescere sano e forte.
Come eravamo stati attratti da quel sentiero profumato d’aghi e pigne
che dalla strada provinciale s’incuneava nella pineta passando a fianco
di poche abitazioni per raggiungere la spiaggia, così eravamo affascinati
dalla crescita del nostro bambino.
Non appena gli impegni lavorativi lo permettevano al primo affacciarsi della
primavera eravamo là, e sino a che Marco non avesse avuto gli obblighi
scolastici potevamo essere liberi di andare e venire dalla città
per immergerci in quella sensazione di appagamento vitale. Amici e grigliate,
sabbia sui piedini e la scoperta dei granchi, l’accappatoio minuscolo
con le tasche piene di conchiglie, figli d’amici con secchiello e
paletta, strilli e capricci per le giostre del Bagno, sbrodolamenti all’ora
della pappa, sonnellini pomeridiani, bagnetti nella catinella, e tante pigne
raccolte nel secchiello quando si saliva la sera, come se durante la notte
qualcuno avesse potuto arrivare di soppiatto e rubare tutto quanto. Con
la paura che fosse soltanto un bel sogno.
Anno dopo anno, le palazzine intorno sono proliferate ed i pini sono diminuiti.
Al mattino, eravamo svegliati da un orrendo concerto di tapparelle alzate
invece che dal meraviglioso cinguettio a cui eravamo abituati. Con apprensione
stavamo assistendo agli stadi di sviluppo del Lido come a quelli di nostro
figlio, e ci accorgemmo subito che qualcosa non andava. Mentre avremmo preferito
che fosse stata la speculazione edilizia ad arrestarsi o a proseguire lentamente,
era l’approccio mentale di Marco verso la realtà ad avere intoppi.
Alle prime mezze parole, ai primi ripetitivi tentativi di articolazione
seguirono soltanto gesti e suoni gutturali verso coloro che gli parlassero.
Come se non riuscisse ad esprimersi. E la speranza del “come se”
divenne certezza alle conseguenti visite specialistiche. Con il tempo e
molta pazienza, comunque, le parole fondamentali, quelle necessarie all’incolumità
e alle necessità, le ha imparate. E, soprattutto, ha capito quando
usarle.
Mi chiedo come mai nessuno sia intervenuto per bloccare la cementificazione
del nostro Lido, come mai nessuno si sia incatenato giorno e notte a quel
pino secolare, per evitarne l’abbattimento, sostituito poi dalla bifamiliare,
come mai nessuno è andato con il metro a verificare quel budello
di appena quattro metri o forse meno che divide quelle due orrende palazzine
che fanno ombra alla nostra spiaggia… Me lo chiedo, e guardo Marco.
E’ un fantastico handy, il mio Marco.
Il capogruppo dei ragazzi della Parrocchia mi ha detto che Marco sa come
farli divertire raccontando a modo suo quanto accade intorno. Marco è
gioviale e tranquillo. Basta non offenderlo. Basta che non si senta umiliato.
Basta che non venga apostrofato con cattiveria o maleducazione. Altrimenti
si difende. A modo suo. Ed io ho visto in che modo.
All’inizio l’abbiamo affiancato nelle prime uscite da adulto,
poi, seguito da lontano per verificarne l’autonomia. Nel solito bar
dove gli piace fare colazione e che lui stesso ha scelto per via del nome
Al Girasole hanno imparato a conoscerlo ed è di casa. Gli vogliono
bene e lo apprezzano per la sua ingenua spontaneità. Qualcuno che
frequenta il locale lo considera un matto, ma coloro che vi lavorano sanno
come è. Soprattutto da quel giorno in cui il mio Marco non ha avuto
timore di difendere la ragazza al banco. Marco era seduto al tavolo a sfogliare
un albo del suo fumetto preferito, la ragazza lucidava i bicchieri tiepidi
di lavastoviglie: un pomeriggio di giugno come tanti altri, se non fosse
stato per quell’uomo mezzofatto che era entrato nel bar deserto puntando
direttamente alla cassa. Il cliente aveva chiesto un caffè, la ragazza
si era immediatamente avvicinata per fare lo scontrino e all’apertura
del cassetto, quello aveva estratto il coltello. Marco aveva visto tutto,
inosservato e aveva fatto sentire immediatamente la sua presenza picchiando
la rivista sul tavolo ripetutamente e gridando via, via, polizia, via, via,
polizia, sorprendendo e impaurendo. Il mio Marco è un omone, ben
piantato, e con un vocione che quando si arrabbia sembra il vento dei temporali
estivi che soffia forte tra le imbarcazioni del molo e scaraventa gli ombrelloni
contro le dune. Quell’uomo minacciandolo con la lama gli biascicò
contro Zitto, scemo, che c… vuoi! E Marco, urlando come sa fare, gli
gettò addosso la propria sedia e quelle intorno, e quando ebbe finito
con le sedie, passò ai tavoli. Mio figlio conosce la differenza tra
un coltello e una pistola, in quanto con la seconda non riuscirebbe a tagliare
la bistecca e, semmai, perché l’ha vista nei films. Si sarebbe
comportato allo stesso modo. Comunque.
Quello scappò via senza i soldi e mio figlio venne festeggiato. La
settimana successiva infatti non si parlò d’altro nel nostro
quartiere : di quanto fosse stato coraggioso e di come lo si dovesse ringraziare.
Gli esercenti del bar organizzarono per il sabato pomeriggio una bella festa
alla quale invitarono anche un giornalista del quotidiano locale.
Per quanto, a detta di molti, si sia comportato da incosciente, io non posso
far altro che difenderlo poiché mi assomiglia, e lasciarlo essere
giustamente orgoglioso di quel ritaglio di giornale che campeggia in cornice,
ancora a distanza di anni, sulla parete del bar. In grassetto e maiuscoletto
salta agli occhi il titolo dell’articolo : IL NOSTRO EROICO LIGABUE.
Nonché la fotografia a colori di Marco che tiene in mano la riproduzione
formato gigante di uno dei dipinti con i girasole di Van Gogh che la commessa
gli ha voluto regalare per ringraziarlo.
Qualcuno criticò il bar per la pubblicità gratuita, e qualcuno,
da quel giorno, appella Marco con un ciao, fantastico Obelix, quasi con
una punta d’invidia, forse d’ammirazione, ma in amicizia. Ciò
che importa è che Marco ama i girasole, li vedeva nei campi prima
di arrivare alla casa al mare, perché è solare come loro,
ama quel bar dove lo hanno sempre accettato e, con l’animo candido
di un bambino mai cresciuto, difende ciò che ama. Sì, è
vero, lo ammetto, con il cervello di un ritardato mentale, quale me lo hanno
descritto da quando aveva sei anni, da quando avrebbe dovuto esplorare e
comprendere il mondo come gli altri coetanei e con gli stessi strumenti.
Da quando avrebbe dovuto imparare a non esporsi.
Sì, è vero, è un handicappato. Marco lo è. Me
lo hanno ripetuto questa sera, quasi a volermi convincere di una realtà
che non io non abbia mai voluto affrontare. Soltanto perché avrei
l’intenzione di dargli le chiavi di casa del nostro appartamento al
Lido come regalo di compleanno. Per i suoi trenta anni. Per i nostri trenta
anni trascorsi a lasciare abbattere la pineta che abbracciava la nostra
casa, ad arrenderci ai criteri soffocanti della speculazione del mattone,
quella, sì, davvero selvaggia, irrazionale, illogica, che ha reso
disabile il nostro vivere, che avvantaggia soltanto alcuni avidi proprietari,
che rende handicappato, ogni giorno di più, il nostro futuro. Non
so davvero per quanto tempo ancora riusciremo a tenere lontani gli avvoltoi
dal sentiero profumato d’aghi di pino che abbiamo voluto mantenere
sterrato davanti a casa. I campi di girasole sono già spariti. Uno
dei volontari si è offerto di stare con Marco al Lido, almeno per
i primi giorni. Poi vedremo. Io mi sento felice. Stanotte ho sognato che
quelle due figure, un handicappato e un volontario, salvavano il futuro
del mondo.